L’impatto della crisi abitativa che molti paesi europei stanno affrontando va oltre la difficoltà di acquistare una casa: l’aumento di affitti e mutui rende sempre più difficile per le famiglie riscaldare adeguatamente le abitazioni, mentre le bollette energetiche continuano a restare elevate. Inevitabilmente le conseguenze pesano sul costo della vita e lo aggravano ulteriormente. Molte famiglie a basso reddito sono costrette a scegliere tra riscaldare casa e coprire altri bisogni essenziali, oppure a vivere al freddo e nell’umidità per far fronte ad altre necessità.
In Europa, nel 2024, circa il 9,2% dei cittadini viveva in povertà energetica. Oggi, in Italia, circa 2,4 milioni di famiglie faticano a mantenere la casa al caldo. Il fenomeno riguarda circa il 9,1% della popolazione, in lieve aumento rispetto al 9,0% del 2023. Dietro questi numeri, apparentemente stabili, ci sono milioni di famiglie costrette ogni giorno a scegliere tra energia e altri bisogni essenziali. Più di un quarto di questi nuclei ha almeno un figlio minore e le più colpite sono le famiglie con componenti stranieri, dove la povertà energetica è più che doppia rispetto a quelle interamente italiane.
La povertà energetica si può e si deve affrontare. Una risposta efficace è l’attuazione di Piani Nazionali di Ristrutturazione degli Edifici (PNRE) che siano davvero ambiziosi e non semplici adempimenti burocratici per raggiungere gli obiettivi dell’UE, ma strumenti capaci di rinnovare il patrimonio edilizio europeo, ridurre le bollette e rendere il riscaldamento domestico accessibile a tutte le famiglie, indipendentemente dal reddito.
Un momento politico decisivo per i Piani Nazionali di Ristrutturazione degli Edifici
La scadenza per la presentazione delle bozze dei PNRE era fissata al 31 dicembre 2025, ma la maggior parte degli Stati membri è ancora in ritardo, Italia compresa. A marzo, la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione inviando una lettera di avviso ai paesi che non hanno rispettato la scadenza. Molti devono ancora presentare i piani definitivi, ora attesi entro la fine del 2026.
Questo ritardo apre una finestra politica limitata. Le decisioni più rilevanti sono ancora sul tavolo, ma non lo resteranno a lungo: si possono ancora orientare oggi oppure rischiano di perdersi tra rinvii, tecnicismi e silenzi istituzionali.
Per i governi nazionali la posta in gioco non è più procedurale, ma politica: costruire piani di ristrutturazione basati sui bisogni reali delle persone oppure ridurli a un esercizio formale. Questa scelta determinerà gli effetti concreti della ristrutturazione. In Italia, il dibattito è particolarmente importante in quanto il Paese possiede uno dei patrimoni edilizi più grandi e più datati d’Europa, il che significa che le decisioni prese nel piano nazionale avranno impatti rilevanti sia sul piano sociale che su quello climatico.
Questo scenario, purtroppo, non sorprende alla luce dell’impostazione adottata dal governo Meloni in materia di politiche edilizie. Il problema va oltre il mancato rispetto della scadenza di fine 2025: la questione è se l’Italia riuscirà a recepire la Direttiva sulla Prestazione Energetica degli Edifici (Direttiva Case Green) entro il 30 maggio 2026, soprattutto viste le continue resistenze politiche alla trasposizione della Direttiva e dei suoi obiettivi.
Cosa emerge dall’attuazione sul campo
Attraverso la campagna Build Better Lives, CAN Europe e i partner nazionali – tra cui MIRA Network in Italia – hanno organizzato workshop con comuni, organizzazioni della società civile, comitati di cittadini, esperti e decisori politici in Italia, Francia, Irlanda e Polonia. Le discussioni riportate nel recente documento di CAN Europe partono dall’esperienza sul campo e dal coinvolgimento locale, offrendo il punto di vista di chi ogni giorno lavora all’attuazione delle politiche di ristrutturazione. Nonostante le differenze tra i sistemi abitativi nazionali, gli stessi problemi emergono ovunque, a indicare ostacoli strutturali più che difficoltà isolate.
Gli esempi condivisi da comuni e organizzazioni mostrano che approcci di ristrutturazione centrati sulle persone esistono già, ma restano limitati nella diffusione e negli effetti a causa di finanziamenti insufficienti, lacune normative e scarsa integrazione nei quadri nazionali. Questi contributi offrono una prospettiva dal basso, integrano i riferimenti europei e mettono in luce dove le politiche funzionano e dove invece non producono risultati adeguati.
Un esempio positivo è il progetto di ristrutturazione di Porto Fluviale a Roma. Guidato dal Comune di Roma e finanziato con 13,2 milioni di euro dal PNRR, il progetto riqualifica un edificio occupato e obsoleto nel centro della città. Sviluppato attraverso un processo di co-progettazione partecipata che ha coinvolto istituzioni locali, università e la comunità di Porto Fluviale, mette al centro le esigenze dei residenti. Unendo obiettivi di efficienza energetica a impegni sociali, Porto Fluviale dimostra come la rigenerazione urbana possa essere sostenibile e inclusiva, e rappresenta quindi un modello per sviluppare Piani Nazionali di Ristrutturazione ambiziosi.
Gli ostacoli alla ristrutturazione
Gli ostacoli alla ristrutturazione degli edifici sono noti e persistenti. La povertà energetica è uno dei principali freni in tutta Europa, e in paesi come Francia, Irlanda e Italia è in rapida crescita. Quando le famiglie non riescono a permettersi un riscaldamento o un raffrescamento adeguati, la scarsa qualità energetica degli edifici diventa una crisi sociale e sanitaria. Il peso maggiore ricade sulle famiglie a basso reddito e sui gruppi più vulnerabili, spesso costretti a vivere in abitazioni mal isolate, umide e soggette a temperature estreme.
Con l’intensificarsi degli impatti climatici, garantire ambienti domestici sicuri diventa una componente essenziale della protezione sociale. In questo contesto, le politiche di ristrutturazione faticano spesso a raggiungere chi ne ha più bisogno: gli inquilini rischiano aumenti degli affitti o la perdita della sicurezza abitativa, mentre lacune nei dati e definizioni troppo restrittive di povertà energetica rendono invisibili molte famiglie vulnerabili, escludendole dai sostegni disponibili.
Un altro nodo critico è la carenza di manodopera qualificata, che rischia di compromettere la ristrutturazione su larga scala. Dai workshop è emersa con forza la preoccupazione per la disponibilità di tecnici e operai specializzati, soprattutto per gli interventi più profondi, e per l’assenza di una pianificazione a lungo termine sullo sviluppo delle competenze. In Italia e in Irlanda, anni di sottoinvestimento nel settore delle costruzioni, la frammentazione del mercato del lavoro e i crescenti vincoli di capacità stanno già rallentando i lavori e incidendo sulla qualità degli interventi. L’invecchiamento della forza lavoro, il basso ricambio generazionale e i persistenti squilibri di genere aggravano ulteriormente il quadro.
In tutti e quattro i paesi, il finanziamento rimane uno degli ostacoli principali alla ristrutturazione. I costi iniziali elevati continuano a escludere le famiglie a basso reddito, gli inquilini e le comunità di cittadini. L’instabilità degli strumenti di finanziamento e i frequenti cambiamenti nelle regole rendono difficile programmare investimenti di lungo periodo.
In molti casi, i programmi esistenti richiedono alle famiglie di anticipare i costi o contribuire con risorse proprie, escludendo sistematicamente chi non ha risparmi o accesso al credito. Il risultato è che il sostegno alla ristrutturazione non arriva dove serve di più, limitando la portata degli interventi più incisivi. Il caso del Superbonus italiano è emblematico: ha generato un’impennata della spesa per le ristrutturazioni (quasi 98 miliardi di euro tra il 2021 e il 2022), ma con effetti limitati sul piano climatico e benefici concentrati soprattutto tra i proprietari con redditi più alti, mentre le famiglie più fragili e l’edilizia pubblica sono rimaste indietro.
Come devono essere Piani nazionali di ristrutturazione degli edifici per risultare realmente efficaci
Le analisi degli esperti sono chiare: i PNRE funzioneranno solo se metteranno al primo posto il bisogno sociale, la capacità di attuazione e la stabilità nel tempo. Gli interventi devono concentrarsi dove l’impatto sociale e climatico è maggiore, privilegiando gli edifici nelle condizioni peggiori e garantendo tutele per gli inquilini, affinché la ristrutturazione non si traduca in sfratti o precarietà abitativa.
I piani devono inoltre ampliare l’accesso al sostegno finanziario e tecnico, rafforzare gli sportelli unici (one-stop shop) e valorizzare gli approcci comunitari e della società civile, che si sono dimostrati capaci di raggiungere le famiglie che i programmi pubblici spesso non intercettano.
Infine, la ristrutturazione deve essere valutata in base a risultati che incidono sulla vita delle persone: l’efficienza energetica deve andare di pari passo con la salute, il comfort e la qualità dell’aria negli ambienti interni, sostenuta da sistemi di monitoraggio solidi, responsabilità chiare e dati trasparenti, per garantire che gli investimenti pubblici producano effetti equi e duraturi.
Ristrutturare gli edifici non significa solo intervenire su mattoni e calcestruzzo: significa decidere se la transizione climatica renderà le case più sane, più sicure e più accessibili dal punto di vista economico.
L’Italia ha ancora l’opportunità di fare in modo che il suo Piano Nazionale di Ristrutturazione vada davvero a beneficio dei milioni di famiglie che affrontano la povertà energetica. Ma questa finestra si sta chiudendo rapidamente.
A cura di Francesca Canali, Policy and Project Manager, MIRA Network, e Monica Vidal, Senior Campaigner Coordinator, Climate Action Network (CAN) Europe.
Povertà energetica e PNRE, analisi e spunti MIRA Network / BBL 19.03.2026


