Alla kermesse artistica lombarda, l’apprezzata “Conferenza” del professionista cosentino Domenico De Rito (in foto di copertina) con una riflessione densa e coinvolgente su un tema fondamentale e ineludibile per poter progettare paesaggi che guardano al recupero ad alla sostenibilita’, in equilibrio tra senso, spazio e relazione, tra dimensione artistica, poetica e civica.
Grande apprezzamento negli scorsi giorni a BAF – Bergamo Arte Fiera, per la Conferenza tenuta da Domenico De Rito, tra gli appuntamenti più interessanti e intensi del programma culturale della grande e “storica” (alla sua XXI Edizione) manifestazione. Introdotto dal direttore artistico di BAF Sergio Radici, De Rito ha offerto al pubblico una riflessione densa e coinvolgente sul tema “La cultura della luce” trasformando l’incontro in un vero e proprio momento formativo di pensiero condiviso.

Il suo intervento ha messo in evidenza come la luce non possa più essere considerata un semplice strumento tecnico o decorativo, ma un materiale progettuale primario, capace di costruire senso, spazio e relazione. “La luce non si aggiunge: si compone. È architettura essa stessa”, ha affermato, sintetizzando una visione che unisce rigore scientifico e sensibilità poetica.

Uno degli aspetti più apprezzati è stata la capacità di De Rito di collegare la ricerca teorica a una dimensione etica e civile del progetto. Parlare di luce, oggi, significa infatti anche interrogarsi sul consumo energetico, sull’inquinamento luminoso e sulla perdita del buio come patrimonio collettivo. In questo senso, la “cultura della luce” evocata dall’architetto diventa una responsabilità progettuale, un atto di considerazione e di rispetto verso il paesaggio notturno e verso la percezione umana. Nei suoi progetti più recenti la ricerca si concentra proprio sul ritmo del giorno e del crepuscolo: “Tradurre la sera in architettura” vuol dire accompagnare il passaggio dalla luce al buio con discrezione e ascolto.
De Rito lo ha definito più volte come una luce di misura, capace di costruire atmosfere di calma e concentrazione, restituendo allo spazio una dimensione contemplativa.

Particolarmente significativa, poi, la riflessione sul rapporto tra luce naturale e artificiale, tema che attraversa tutta la ricerca dell’architetto. La luce artificiale, ha sottolineato, dovrebbe imparare dalla natura: filtrare, modulare, respirare. Da qui l’idea di una luce che “segue il ritmo del giorno”, capace di accompagnare il passaggio verso la sera e il crepuscolo senza forzature. Un approccio che trova applicazione non solo negli spazi pubblici e monumentali, ma anche negli ambienti domestici e di relazione, sempre più al centro dell’interesse progettuale di De Rito. Nel racconto l’architetto, approfondisce e parla anche di luce colorata, per comunicare “esclusivamente” iniziative o eventi evidenziando come la luce blu celebra la giornata mondiale sull’Autismo assurgendo a rivoluzione culturale, il 2 aprile di ogni anno. Un’etica della visione, dunque, prima ancora che una scelta cromatica. Non a caso De Rito ha parlato anche di una luce “civile”, capace di educare lo sguardo e di ristabilire un equilibrio tra artificio e natura, tra cielo e città.

La Conversazione che dopo aver spiegato cos’e’ la luce e mostrato suoi progetti, alcuni in fase di realizzazione, De Rito con spunti di grande suggestione simbolica, sempre a proposito di luce, ha entusiasmato tutti con opere di Nik Spatari, Mattia Preti, Francisco Goya, Pablo Picasso e poi il riferimento all’oculus del Pantheon, interpretato come un archetipo di luce pensante, una connessione ideale tra cielo e terra. Un’immagine che sintetizza efficacemente l’idea di una luce non solo funzionale, ma conoscitiva, capace di trasformare lo spazio in esperienza. La luce può e deve diventare tempo visivo, respiro architettonico, atmosfera mentale.

Inserita nel contesto di una BAF che ha confermato il polo fieristico di via Lunga come punto di riferimento nazionale per l’arte moderna, contemporanea, antica e per l’alto antiquariato, la presenza di Domenico De Rito ha rafforzato il dialogo tra arti visive, architettura e progetto. Oltre 200 espositori e sei secoli di storia dell’arte – dal Quattrocento al contemporaneo – hanno animato Bergamo dal 16 al 18 gennaio, insieme a un ricco programma di eventi collaterali, talk, performance, mostre e installazioni. In questo scenario, La cultura della luce si è distinta come una delle proposte più dense dal punto di vista concettuale, capace di coinvolgere non solo addetti ai lavori e con un chiaro messaggio che va oltre l’evento stesso.

L’intervento di De Rito ha infine ricordato come la luce sia un linguaggio silenzioso ma potentissimo, in grado di costruire atmosfere, orientare lo sguardo e influenzare il nostro modo di abitare lo spazio. Perché, come suggerisce, progettare la luce non significa semplicemente illuminare, ma imparare a vedere meglio. E, forse, anche a vivere con maggiore consapevolezza il rapporto tra architettura, tempo e buio. In questo panorama, la Conversazione “La cultura della luce” ha rappresentato uno dei momenti clou: non solo, come detto, una riflessione sull’architettura, ma un invito a ripensare il nostro modo di abitare lo spazio e la notte, perché progettare la luce significa prima di tutto “pro-gettare” uno sguardo più consapevole sul mondo.

Per approfondimenti www.domenicoderito.it
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