Dall’8 aprile 2026 (ore 17:30), nel Chiostro della Chiesa di San Francesco di Brescia, il SAIO che vivrà insieme ad altri 30 vestiti giganti, creati tutti con materiale di riciclo (vecchie lenzuola e tende), è stato realizzato dall’artista Laura Govoni a mano unendo nelle pezze alcuni maglioni di migranti.

L’artista Laura Govoni in dialogo con San Francesco di Assisi > RammOndo
Se Amo la natura Io Onoro il creato
Celebrare/Travisare
Le ricorrenze celebrative sono sempre irte di pericoli. La beatificazione, sotto la naftalina dell’iperbole, è in agguato dietro l’angolo; la trasmutazione di chi si commemora in qualcun altro, aumentandone o distorcendone la scala, sempre possibile. Il proliferare di anniversari francescani: circa nel 1224 la composizione del Cantico di Frate Sole, il 4 ottobre 1226 la morte del Santo, non è esente da tali incognite.
In questi anni fitti di commemorazioni, Francesco è diventato, di volta in volta: il primo italiano (lui che abbracciando il sultano d’Egitto Al Malik a Damietta aveva un’idea sovranazionale di chi l’uomo sia, ben al di là di ogni mera appartenenza geografica, lui che “sdegnava di adulare re e principi”, tenendosi ben lontano dalla politica, come riporta la Vita secunda); o l’uomo di chiesa da additare ad esempio di ossequiosa fedeltà alla gerarchia (ma non dimentichiamoci che la scelta di Francesco fu proprio quella di essere sì religioso nella chiesa, ma ai bordi di essa e pur sempre nel mondo; infatti non si fece mai sacerdote, vedendo nella gerarchia ecclesiastica, certo tramite l’umiltà, l’esigenza di un cambio di passo nel “convertire [prima di tutto] i prelati”); o magari l’artefice della lingua italiana (pur essendo Francesco appassionato amante della poesia trobadorica francese ed avendo pensato al Cantico come ad un canto vero e proprio utile alla predicazione e non come ad una poesia da studiarsi con acribia nelle scuole); oppure, non ultimo, un proto ecologista naif (eppure lui non osservava gli animali da lontano nel loro habitat ma parlava agli uccelli, presupponendo quindi che essi fossero lì capaci di interagire, prossimi ad ascoltarlo, ed ammansì il lupo di Gubbio, non lasciandolo alla sua condizione ferina ma bensì pretendendo di modificarne l’indole). Occorre dunque molta cautela per far sì che la memoria non si stravolga in costruzione leggendaria o mito infedele.
Uno sguardo autenticamente francescano
La sensibilità di Laura Govoni non si improvvisa interessata alla tematica ambientale ed alla figura del Santo di Assisi sulla scia della moda celebrativa legata a questi anniversari. Se si guarda retrospettivamente al percorso di Laura, si intravede un fil rouge ben ancorato alla consapevolezza legata al rispetto per l’ambiente, e alla capacità di riconoscere in esso un soggetto e non un oggetto, che è poi la medesima sensibilità francescana. Dall’uomo vitruviano, sua impressionante rilettura della necessità di decentrare la pretesa assolutista dell’uomo, pago di se stesso e fragile signore del creato; al cammino a spirale installato, tra le altre sedi prestigiose, nella basilica del Santo a Padova, con migliaia di scarpe verdi collocate a spirale ad indicare il necessario sentiero di consapevolezza verso un ambiente che stiamo snaturando, sentiero accompagnato da bambole diafane, testimoni del futuro negato ai nostri nipoti a causa dell’atteggiamento predatorio di noi uomini e donne contemporanei verso le disponibilità non illimitate della natura; dalle panchine quali luoghi di accoglienza e di scambio, allo sguardo rivolto ai cammei minuti, quasi brandelli di cuore, che costituiscono il centro pulsante dei contesti urbani, piccoli e grandi; fino al Po inteso quale fiume da tenere in vita e tutelare ma anche come veicolo di un’arte responsabile e capace di alzare la propria voce in difesa dei diritti della natura.
Sin da subito Francesco è divenuto l’oggetto di ogni possibile mistificazione: già i frati a lui contemporanei, pur essendo vissuti alla sua sequela, hanno sentito il bisogno di “addomesticare” la sua insolita santità, perché Francesco costituiva un’eccezione inclassificabile, ed un esempio irripetibile: la sua povertà e radicalità non potevano strutturarsi in un’organizzazione normata all’interno di un’istituzione del mondo quale la chiesa. Ecco così i suoi primi biografi bruciare od obliterare documenti autentici ma difficili da inquadrare ed ingigantire per contro eventi ed accadimenti edificanti e passibili di una seppur modesta imitazione: possiamo fidarci davvero dei resoconti di frate Leone e di Tommaso Da Celano? La storia del francescanesimo è così anche la vicenda di un Francesco conteso e frainteso, difficile da capire per lo scandalo sempre presente nella radicalità delle sue scelte. Tanto che oggi, al di là dei facili entusiasmi, non risulta davvero così semplice definire chi Francesco sia stato. Chi poi è stato capace nella vita di essere un uomo libero quanto lui?
A questi corto circuiti riesce a sfuggire Laura Govoni, perché oggi celebra Francesco ma dopo aver silenziosamente condiviso con lui un’intera vita artistica orientata all’attenzione, alla tutela ed al rispetto della natura.
Povere ossa
L’esposizione delle misere spoglie mortali del Santo forse aiuta, in questo senso. Pur avendo destato in molti un certo sconcerto vedere esposti resti così minuti del poverello di Assisi in questo anniversario. Non ne restano che poche ossa, più prossime al nulla che alla presenza. C’è chi ha messo in discussione la stessa liceità di mostrare una tale pochezza. E, invero, la necessità di questa venerazione trova però una sua ragion d’essere. Francesco si è sempre dato per sottrazione ed è quindi giustissimo mostrare quanto poco di lui sia rimasto, vuoi per il trascorrere degli ottocento anni che ci separano dalla sua morte, vuoi per la sua scelta consapevole di voler essere poco, di togliere a se stesso per farsi trasparenza al più radicale messaggio evangelico.
E l’arte di Laura Govoni è sempre stata altrettanto consapevolmente sussurrata con messaggi potenti ma mai urlati, gesti forti ma mai plateali, installazioni prestigiose ma mai compiaciute nella vanità dell’autocelebrazione: un’arte cioè sempre a servizio del messaggio ambientale e di una natura non ancella ma sorella dell’uomo.

Dimmi cosa vesti e ti dirò chi sei
L’appartenenza all’una o all’altra delle classi sociali caratterizzanti il Medioevo è distinguibile in diversi modi; ma uno dei più esatti, risulta sicuramente fare la conta degli abiti. Vi era la possibilità di cambiarsi a seconda delle stagioni o delle ricorrenze religiose di festa? Si apparteneva ad una classe agiata; l’abito era sempre il medesimo qualunque fosse il tempo atmosferico o l’occasione? La classe di appartenenza era misera. La storia del costume è una delle forme più veridiche per inquadrare socialmente un individuo.
Una delle dispute più accese del Medioevo, a livello teologico, riguardò, come è risaputo, il dibattito relativo alla povertà di Cristo e se essa dovesse o meno essere seguita strettamente dalla Chiesa. I pauperisti, tra cui i francescani, sostenevano che Gesù non avesse possessi di alcun tipo e quindi che nella medesima condizione dovesse vivere chi voleva seguirlo. La gerarchia ecclesiastica si faceva forte invece dell’episodio dei Vangeli che narrava come, nel corso della Passione, i soldati si fossero giocati a sorte la tunica che Gesù indossava: “ora – come scrive Giovanni al capitolo 19 – la tunica era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso”; dimostrazione, secondo la Chiesa, che anche il Cristo aveva avuto, seppur semplici, oggetti di sua proprietà. Quanto quindi anche una veste ha potuto essere centrale come veicolo di discussione e dibattito di un tema cruciale all’interno della riflessione cristiana. E’ da qui che è partita Laura Govoni: dall’esemplarità di una veste quale simbolo di povertà o possesso; come emblema della scelta di essere tra gli ultimi o vessillo di opulenza e ricchezza.
Un saio logoro
Una cosa è certa: al di là di questo poco d’ossa, resta conservato anche il saio indossato da Francesco. Un saio logoro non solo per il trascorrere dei secoli ma perché indossato da Francesco quale unico capo di vestiario durante l’arco di tutta la sua vita di frate.
Francesco parte come un giovane dotato di tutto l’agio di cambiarsi d’abito a sua voglia. Poi, un giorno rimasto memorabile, restituisce al padre tutto quanto da lui ricevuto, fino a rimanere nella più assoluta nudità e si riveste del saio che sarà poi suo unico capo di vestiario per il resto della vita.
Laura Govoni prende le mosse da questo saio, da lei cucito a partire da cotone pesante, e dai suoi rattoppi che la tradizione vuole rammendati personalmente da Chiara, la compagna fedele della scelta radicale francescana. Il tessuto logoro di Francesco, a differenza di ogni possibile mistificazione, racconta con precisa verità della vita di un uomo povero e delle sfide da lui affrontate. Il bisogno dei rappezzi (da Laura Govoni declinati in marrone scuro, terra di Siena bruciata e ocra: sfumature che richiamano matericamente le tonalità del suolo, della madre terra), racconta di vicissitudini alterne, di difficoltà, di situazioni di pericolo e sfida dalle quali si usciva con le vesti logore e sdrucite. Le cuciture dell’installazione appaiono a volte grossolane, quasi rozze, ma così dev’essere: si tratta di ferite inferte dall’uomo al pianeta, ed inferte dall’uomo ad altri uomini, sono quindi l’emblema di cicatrici e le cicatrici non sono mai lineari ma spesse e segnate dalla ferita che hanno rimarginato, devono richiamare una loro rude ma vera sofferenza che ha voluto e saputo guarire.
“Né li gravò viltà di cuor le ciglia – né viltà d’animo gli fece abbassare gli occhi – […] per parer dispetto a maraviglia – per il fatto di apparire straordinariamente spregevole tanto da suscitare meraviglia in chi lo guardava” (Dante, Pd XI, vv. 88, 90): Francesco, scrive Dante, non si vergogna di un’apparenza miserevole, di suscitare lo sconcerto in chi lo guardava e giudicava. Quante vite scorrono nella stessa difficile quotidianità, quante donne e uomini attraversano le stesse miserie che hanno causato gli strappi alla veste di Francesco. Laura Govoni è partita da questa consapevolezza ed ha rivolto lo sguardo a questi contemporanei “poverelli”, abbracciandone le vesti altrettanto logore e consunte. Ne ha ricavato brandelli e frammenti che sono diventati i rattoppi stessi del saio di Francesco, veri abiti consunti donati da veri poveri. Quanto bisogno ha l’uomo contemporaneo di ricercare un senso ai brandelli della sua vita. E così ecco questo grande saio rivestirsi dei frammenti ricavati dalle vite di tanti ai margini. In fondo: ricchi, poveri, nobili, umili, spregevoli, onorati, prudenti, semplici, dotti, ignoranti, nell’assoluta parità del movimento francescano tutti trovarono posto, non si trattava più di un’associazione di uguali (come sempre era stato nel coagularsi dei movimenti religiosi fino ad allora) ma di un’agape aperta all’accoglienza di chiunque volesse condividerne la missione.
Natura viva con paesaggio
Anche a livello puramente artistico è stato davvero rivoluzionario quanto il santo, rispetto all’agiografia precedente, abbia ispirato come cambio di paradigma profondo negli artisti. Prima di Francesco, i santi erano ritratti nella loro figura umana, magari accompagnati dallo strumento del loro martirio, ma null’altro che uno sfondo opaco alle loro spalle. Con i primi ritrattisti di Francesco, entra in scena una novità straordinaria. Bonaventura Berlinghieri nella sua pala di San Francesco del 1235 conservata a Pescia, dove il santo nella sua figura allungata campeggia tra sei scene che ritraggono momenti salienti della sua vita, ed in modo ancor più magistrale Giotto nel suo ciclo della Basilica Superiore di Assisi, realizzato circa nel 1295, fanno irrompere accanto al poverello di Assisi un personaggio totalmente nuovo nella raffigurazione agiografia: il paesaggio.
Nel Berlinghieri, tra gli altri, i monti, ricchi di alberi fronzuti carichi di uccelli cui il santo predica, in Giotto gli sfondi urbani e campestri, per quanto irreali e stilizzati, che sono stati teatro delle vicende del poverello. Come ad esprimere che la santità di Francesco è inscindibile dall’ambiente in cui lui ha operato: dai sentieri polverosi che ha calpestato, dai boschi i cui alberi sono stati le colonne della cattedrale della natura in cui lui ha voluto lodare Dio. E’ questo che ha ben compreso Laura Govoni realizzando il grande saio che abbraccia il portico maestoso nell’installazione che lo ospita. Francesco si dà nel suo rapporto inscindibile con la natura con cui lui ha dialogato incessantemente. Questo può essere di ispirazione all’uomo d’oggi, certo incapace di seguire Francesco nella sua radicalità, ma almeno in grado di volgere alla natura lo stesso sguardo carico d’amore e di rispetto.
Un santo restauratore
Laura Govoni ha colto quindi questo nesso fondamentale: Francesco, come ognuno di noi, è inscindibile dal tessuto ambientale nel quale ci si trova immersi. Francesco ha voluto la sua santità come risposta agli stimoli del suo ambiente: ha avuto bisogno delle foreste de La Verna, dell’isolamento nella natura. Il Santo poi, alla Porziuncola, non sceglie di edificare una nuova chiesa, ma prende la decisione emblematica di restaurare un rudere già presente ed il suo crocifisso ligneo. Anche questa, sicuramente, una scelta programmatica: non fare qualcosa di nuovo, consumare altro ed ancora, ma riportare al suo splendore antico qualcosa di già esistente, riutilizzare e ridare vita a quanto già esausto. In un’ottica, questa volta sì, in cui si possono riconoscere in nuce aspetti di grande sensibilità ambientale ed ecologica che Laura Govoni sottopone alla nostra attenzione perché se ne possa trarre ispirazione ed esempio per il nostro agire quotidiano.
Sempre con sé una scopa…
Esiste, in definitiva, un verace messaggio rivolto dal Santo di Assisi alla cura dell’ambiente, o si tratta di una distorsione ecologista non supportata dalla vita o dal messaggio del Santo? Bene si espresse, a tal proposito, Papa Francesco scrivendo come “Francesco è per me l’uomo della povertà, della pace, che ama e custodisce il creato”. Lo testimonia il Cantico, dove ogni espressione della natura trova la sua ragion d’essere senza alcuna gerarchia: sole, luna e stelle valgono quanto un filo d’erba e la vita si spinge ad abbracciare fraternamente anche la morte quale sua “sora”, sorella; anche l’uomo è un aspetto di questo tableau vivant ma non ne è certo il vertice o il dominatore: siamo parte di un disegno più grande, di una realtà naturale che ci vive accanto in pari dignità e fragilità e bisogno, in un proto messaggio di ecosostenibilità la cui origine va indubitabilmente attribuita a Francesco. Da qui l’impegno a riconoscere pari dignità ad ogni espressione della natura: nulla è funzionale al comodo antropocentrico, ma tutto ha una sua legittimità ed istanza in sé, non legata all’uso che ne possiamo fare. Quale messaggio ricavare da questa riflessione? Francesco, scrivono le antiche biografie tra storia e simbolo, portava sempre con sé una scopa “per spazzare le chiese dalle immondizie”. Oggi il santuario della natura è in pericolo e si libra su di un equilibrio molto precario. Sarebbe davvero, così ci indica Laura Govoni, fare la propria parte munirci della scopa di Francesco, cioè essere attenti a quanto è in nostro potere fare: nella solidarietà certo, ma anche nella salvaguardia del creato.
A conclusione della regola del 1221, nel comprendere tutti gli afflitti e i bisognosi, così si esprimeva Francesco: “Tutti: neonati e i bambini piccoli, i poveri e i ricchi, i re e i principi, artigiani, agricoltori, servi e padroni, tutte le vergini, le vedove e le donne maritate, tutti i bambini e gli adolescenti, i giovani e i vecchi, gli uomini sani e quelli malati, tutti i popoli, le razze, le tribù di ogni lingua, tutte le nazioni e tutti gli uomini di ogni religione della terra.”
Davvero tutti siamo chiamati a svolgere il nostro ruolo, a fare quanto è nelle nostre possibilità, l’opera di Laura Govoni ci richiama a questa responsabilità ineludibile.
Il tessuto di cui noi e il mondo siamo fatti
In fondo, la vita di ciascuno di noi è costituita da un tessuto tenuto insieme da trame di relazioni e rapporti; la stoffa di cui siamo fatti è lacerata dal dolore dei rifiuti che abbiamo ricevuto, delle insensatezze che abbiamo subito. Ma anche il mondo tutto è una trama altrettanto delicata di interdipendenze: infatti anche l’atmosfera ha patito un buco nell’ozono, quasi come uno strappo nel saio di Francesco; ed ampie zone di foreste millenarie ora non sono altro che terra bruciata; ed il clima, pur tra tanto colpevole negazionismo, sta mutando irreversibilmente; per fare solo alcuni esempi macroscopici.
Chiara, amorevolmente, ha tessuto toppe che potessero tenere insieme la fragile fibra dell’abito di Francesco. E, ci dice Laura Govoni, ognuno di noi deve tessere con la stessa umiltà e tenacia toppe che possano aiutare il creato a restare unito, a rimanere una casa abitabile.
Paul Sabatier, biografo di Francesco, ha scritto che la sua originalità più grande è consistita nel “non aver mai ceduto”: alle pressioni di una chiesa che voleva incasellarlo ed addomesticarlo nella banalità di tanti; alle lusinghe della ricchezza e della fama; a credere che essere cristiano fosse costituzionalmente migliore rispetto all’essere islamico; ad usare la natura invece che sentirsi umile frammento di essa. Laura Govoni ci invita con questa installazione così suggestiva ed imponente ad assumere il medesimo atteggiamento di resilienza, a voler fare quanto è in nostro potere per essere, come Francesco, attenti agli altri e costruttori di un rinnovato rispetto del creato che è in nostro potere, è nelle mostre misere mani, distruggere quanto risanare.
Con un gioco di parole si potrebbe parlare, al posto di un “rammendo” (quello operato da Chiara sul saio di Francesco, qui riprodotto simbolicamente da Laura Govoni), di un “rammOndo”: intendendo con questo neologismo l’invito che Laura Govoni ci offre a ritessere il nostro rapporto con il creato, con questo mondo da rammendare e rattoppare grazie agli stimoli ed all’esempio di Francesco. Ecco quindi, a tenere insieme il saio dell’installazione, questi frammenti di abiti che vengono di lontano, che raccontano storie di fuga, pericolo, emarginazione, a volte riscatto, di donne e uomini che l’emergenza climatica o l’instabilità politica o la marginalizzazione hanno costretto a cercare un altro mondo, a rivestirsi di un’altra veste. Ecco questa provocazione potente capace di ispirarci, grazie alla visionarietà di Laura Govoni, con l’invito a poter essere parti attive e partecipi di questo abito mondiale comune che diventa poi un abitare comune.
Andrea Maranini




