La Storia di Ratin, “mamma riccio” senza latte per colpa dell’emergenza siccità

C’è una tragedia silenziosa che si consuma ogni giorno lontano dai nostri occhi. Da mesi caldo e siccità stanno trasformando profondamente l’ambiente in cui vivono migliaia di animali selvatici: terreni duri e aridi, pozze e piccoli punti d’acqua prosciugati e, soprattutto, una drastica diminuzione degli insetti e degli altri invertebrati di cui i ricci si nutrono.

Per un riccio significa dover percorrere distanze sempre maggiori per trovare acqua e nutrimento, consumando proprio quelle ultime energie che gli servirebbero per sopravvivere. Molti si debilitano progressivamente fino allo stremo e possono morire per disidratazione, denutrizione o shock termico.

Al Centro Recupero Ricci “La Ninna” stiamo vivendo la situazione più grave dei nostri quattordici anni di attività. Ogni anno accogliamo tra i settecento e gli ottocento ricci, ma mai avevamo assistito a un’emergenza di queste proporzioni. Arrivano animali esausti, spesso giovanissimi, gravemente denutriti e disidratati, in condizioni che raramente avevamo visto prima.

Tra le tante storie di questi mesi ce n’è una che racconta, forse meglio di qualsiasi dato, ciò che sta accadendo. È la storia di Ratin, una mamma riccio soccorsa e portata al Centro con i suoi quattro cuccioli (in foto) dopo che il loro nido era stato distrutto in un giardino.

Quando è arrivata era collassata, gravemente disidratata e magrissima. Non aveva quasi più latte per nutrire i suoi cuccioli. Anche loro erano debilitati, ma continuavano a stringersi attorno alla madre. Le salivano sul corpo, perfino sulla testa, si rannicchiavano contro di lei quasi volessero proteggerla, tenerla con loro, impedirle di arrendersi.

Ratin sembrava ormai vicina alla fine e quella piccola corona di cuccioli che non voleva abbandonarla è stata un’immagine che ha colpito profondamente tutti noi.

Per due giorni e due notti abbiamo lavorato senza sosta. Ratin è stata sottoposta a flebo, reidratata e sostenuta con farmaci, vitamine e piccole quantità di alimento altamente nutriente. Nello stesso tempo abbiamo dovuto occuparci dei suoi piccoli, allattandoli ogni due ore con una siringa da insulina e una minuscola tettarella di gomma, utilizzando uno speciale latte per cuccioli di riccio che facciamo arrivare dalla Germania.

Poi, lentamente, qualcosa è cambiato per Ratin e i suoi cuccioli (foto)

Ratin ha cominciato a reagire e i suoi piccoli sono diventati ogni giorno più vitali. Le correvano dietro, si arrampicavano sul suo corpo, si addormentavano tra le sue zampe e non la lasciavano quasi mai. Sembrava una piccola danza di sopravvivenza, nella quale la forza dei cuccioli e quella della madre continuavano ad alimentarsi a vicenda.

Avevamo quasi la sensazione che vedere i suoi piccoli tornare alla vita desse anche a Ratin una ragione in più per resistere.

Nonostante fosse ancora molto provata, non smetteva mai di controllarli. Quando prendevamo uno dei cuccioli per allattarlo, alzava immediatamente la testa e ci seguiva attentamente con lo sguardo. All’inizio era diffidente e preoccupata, come qualsiasi madre che teme per i propri figli. Poi, giorno dopo giorno, ha compreso che stavamo cercando di aiutarli e ha iniziato ad affidarsi a noi.

Era commovente vederla osservare i piccoli mentre ricominciavano a muoversi, a correre e a giocare intorno a lei, con quegli occhi nei quali tornava lentamente la vita.

Oggi Ratin e i suoi quattro cuccioli vivono con noi in uno spazio tranquillo, con una casetta, paglia, acqua e tutto il cibo necessario. La mamma si è ripresa e loro continuano a starle accanto. Quando le condizioni climatiche e ambientali lo permetteranno, torneranno tutti liberi in natura.

Ma la storia di Ratin non è un caso isolato. Al contrario, rappresenta in modo drammaticamente concreto ciò che sta accadendo a moltissimi ricci. Ogni giorno vediamo animali che arrivano debilitati dalla fame e dalla sete, mentre un numero molto più grande di loro non incontrerà mai qualcuno in grado di soccorrerlo.

Per ogni riccio che riusciamo a salvare ce ne sono migliaia che muoiono lontano dai nostri occhi. È una crisi diffusa, che riguarda territori diversi e che sta colpendo un numero enorme di animali in tutta Italia.

E qualche temporale o l’abbassamento delle temperature non devono farci pensare che il problema sia risolto.

La siccità prolungata produce conseguenze che durano molto più a lungo della mancanza immediata di pioggia. Il terreno può tornare temporaneamente umido, ma mesi di caldo e aridità hanno provocato una forte riduzione delle popolazioni di insetti e degli altri piccoli invertebrati che costituiscono una parte fondamentale dell’alimentazione dei ricci.

Oggi il problema più grave è proprio la mancanza di cibo.

Per questo chiediamo alle persone un aiuto semplicissimo ma, in questo momento, estremamente importante: lasciare ogni sera acqua fresca, crocchette e umido per gattini nei nostri giardini e, più in generale, nei luoghi frequentati dai ricci.

Una ciotola d’acqua e una piccola quantità di cibo possono sembrare poca cosa, ma per un animale che da notti intere cerca inutilmente nutrimento possono fare la differenza tra riuscire a sopravvivere e soccombere.

Se centomila famiglie adottassero questa abitudine, nascerebbero centomila piccoli punti di ristoro diffusi sul territorio: una rete spontanea di aiuto costruita nei nostri giardini e nei nostri quartieri.

È importante invece non lasciare latte vaccino e pane, alimenti inadatti ai ricci. L’acqua va messa in recipienti bassi e facilmente accessibili; come alimento di sostegno, in questa situazione di emergenza, si possono utilizzare crocchette e umido per gattini.

L’emergenza, inoltre, non termina con la fine dell’estate.

Il cambiamento climatico sta modificando anche i ritmi riproduttivi del riccio. Le stagioni calde più lunghe favoriscono nascite sempre più tardive e stiamo osservando una seconda ondata di cucciolate che si spinge verso l’autunno.

Sono nidiate particolarmente fragili. Le madri arrivano spesso già provate da mesi di caldo e scarsità di cibo; con l’avanzare della stagione gli insetti diminuiscono ulteriormente e ai piccoli rimane pochissimo tempo per crescere e accumulare le riserve di grasso indispensabili per affrontare il letargo.

Per questo, nei mesi autunnali, un giovane riccio molto piccolo trovato all’aperto deve destare particolare attenzione. In particolare, se pesa meno di 300-400 grammi, è importante contattare rapidamente un Centro Recupero Fauna Selvatica per ricevere indicazioni.

Ci sono poi altri segnali che non devono essere sottovalutati: un riccio trovato all’aperto in pieno giorno, un animale ferito, immobile, barcollante o evidentemente in difficoltà, così come un riccio fermo o esposto su una strada, deve essere raccolto e portato al più presto a un CRAS, Centro di Recupero Animali Selvatici, o al nostro Centro se viene trovato in Piemonte.

Ma non possiamo limitarci ad affrontare soltanto l’emergenza.

A medio e lungo termine dobbiamo ripensare il modo in cui gestiamo il verde che ci circonda. Cespugli, siepi, rampicanti e piante da frutto offrono riparo e possibilità di nidificazione. Piccoli cumuli di foglie e di legna diventano rifugi preziosi. Lasciare crescere l’erba fino alla fioritura almeno in alcune porzioni dei giardini permette a molti insetti di sopravvivere e contribuisce a ricostruire quella rete ecologica dalla quale dipendono ricci, anfibi, uccelli e moltissime altre specie.

Ogni giardino può diventare una piccola oasi.

E ciò che sta accadendo ai ricci racconta qualcosa di molto più grande della sorte di una singola specie.

In collaborazione con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino, attraverso il lavoro coordinato dalla professoressa Maria Teresa Capucchio e nell’ambito del progetto europeo One Earth, stiamo studiando le cause di mortalità dei ricci e il rapporto tra malattie, parassiti, contaminanti e degrado ambientale.

I dati che raccogliamo ci mostrano quanto la perdita e la frammentazione degli habitat, la cementificazione, l’inquinamento e l’utilizzo di sostanze tossiche possano incidere sulla sopravvivenza di questa specie e, più in generale, sulla biodiversità.

Il riccio è una vera e propria sentinella della salute degli ecosistemi.

La sua sofferenza è uno dei segnali di un sistema naturale che sta diventando sempre più fragile. E sono quegli stessi ecosistemi a garantirci acqua, fertilità dei suoli, equilibrio climatico e cibo. Se si impoveriscono, non è soltanto la fauna selvatica a pagarne il prezzo.

Molte persone trascorrono gran parte della propria vita nelle città, negli uffici, nelle automobili, nelle case climatizzate. Viviamo in una dimensione che ci protegge temporaneamente dalle conseguenze più immediate della crisi ambientale e può darci l’impressione che ciò che accade alla natura sia qualcosa di lontano.

Ma fuori da quella bolla le piante soffrono, i terreni perdono umidità, gli insetti diminuiscono, le risorse idriche si riducono e interi habitat diventano sempre più vulnerabili.

I ricci, in un certo senso, stanno sperimentando oggi e in anticipo alcune delle difficoltà che rischiano di riguardare sempre più anche noi.

Per questo la loro crisi non è un piccolo problema riservato agli animalisti o agli appassionati di fauna selvatica. È uno dei tanti segnali che ci raccontano il deterioramento della biosfera che sostiene tutte le forme di vita, compresa la nostra.

E proprio adesso, mentre la natura avrà bisogno di tempo per riprendersi dai mesi di siccità, ciascuno di noi può fare qualcosa di immediato: lasciare acqua, crocchette e umido per gattini nei giardini.

“Prendersi cura di un riccio significa imparare a prendersi cura della vita. E imparare a proteggere la vita significa acquisire quell’attitudine mentale di cui avremo bisogno per proteggere anche noi stessi” Massimo Vacchetta, veterinario Centro Recupero Ricci “La Ninna”.

fonte ufficio stampa natcom – 25 settembre 2026

Ambiente Magazine

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