Gli uccelli di montagna sono unici: un nuovo studio evidenzia le caratteristiche dell’avifauna montana e la sua vulnerabilità climatica

Nell’immagine di copertina la Pernice bianca (Lagopus muta) – ph Michele Doliana

Pubblicato sulla rivista scientifica Ecology lo studio internazionale su oltre 800 specie di uccelli d’altaquota: https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ecy.70345

Gracchi alpini (Pyrrhocorax graculus)Foto di Chiara Bettega

Vivono al di sopra del limite del bosco, spesso isolati e in condizioni ambientali estreme e hanno sviluppato adattamenti molto specifici che si traducono in un’elevata unicità funzionale. Proprio questa specializzazione, però, espone gli uccelli di montagna a un rischio crescente: il cambiamento climatico sta riducendo e trasformando i loro habitat, minacciando la loro sopravvivenza e la stabilità degli ecosistemi di cui fanno parte. Una ricerca pubblicata su Ecology, condotta da MUSE – Museo delle Scienze di Trento, IMIB – Instituto Mixto de Investigación en Biodiversidad, le Università di Jaen e di Malaga (Spagna), di Trieste, la Statale di Milano e Mount Allison University (Canada), mette in luce la vulnerabilità dell’avifauna montana dell’Oloartico, la vasta regione che comprende Europa, Nord America e gran parte dell’Asia settentrionale.  

Molte specie delle alte quote – tra cui quelle più simboliche come il gipeto, la pernice bianca o il fringuello alpino per le Alpi, il lofoforo himalayano e il tetraogallo dell’Himalaya per l’omonima catena asiatica, o il fagiano di monte caucasico per il Caucaso, svolgono spesso funzioni ecologiche fondamentali: dalla dispersione dei semi al controllo degli insetti e dei piccoli vertebrati, dai processi di impollinazione al riciclo e alla degradazione dei nutrienti, che non possono essere facilmente sostituite. Molte di queste specie, oltre a essere importanti per la funzione che svolgono, sono anche caratterizzate dall’avere areali di distribuzione ristretti, e pertanto possono essere considerate rare.  

Negli ultimi tre decenni il riscaldamento globale ha portato a un aumento delle temperature superiore a 1,5 °C nel 27% delle aree che ospitano specie rare di uccelli montani, e molte di queste stanno già risentendo degli effetti del cambiamento climatico, con spostamenti di areali e variazioni nella fenologia, cioè nel loro ciclo biologico. Ad esempio, la riduzione delle praterie alpine per l’avanzata degli arbusti favoriti dall’aumento delle temperature sta minacciando le specie legate a questi ambienti, come il gipeto, il fringuello alpino e il sordone. Inoltre, l’aumento degli eventi estremi e della variabilità climatica durante la stagione riproduttiva sta incidendo negativamente sul successo riproduttivo, perché gli uccelli si trovano sempre più spesso a dover nutrire i piccoli quando il picco di risorse (insetti o semi) è già passato, o deve ancora arrivare. 

Sordone (Prunella collaris) – Foto di Chiara Bettega

“Abbiamo messo insieme i dati disponibili in letteratura sulle caratteristiche funzionali di 800 specie nidificanti nell’Olartico. Queste informazioni sono state poi unite a dati sulla distribuzione geografica e sulla nicchia termica, cioè la temperatura media all’interno dell’areale di distribuzione di ciascuna specie. Dall’analisi di questo corposo database abbiamo studiato la relazione esistente tra la nicchia termica e l’unicità delle specie in termini di caratteristiche funzionali e distribuzione geografica“, spiega Maria Delgado, ecologa dell’IMIB e prima autrice dello studio. 

I risultati dimostrano che le specie montane associate a nicchie termiche più fredde svolgono ruoli funzionali unici nei loro ecosistemi, e questa unicità funzionale risulta più marcata nelle montagne delle alte latitudini, probabilmente come conseguenza di nicchie ecologiche più ristrette. 

In altre parole, alle nostre latitudini, quindi anche lungo la catena alpina, all’aumentare della quota le specie diventano più uniche dal punto di vista funzionale. Questo rafforza l’idea che condizioni ambientali più estreme determinino la selezione di caratteristiche peculiari che aumentano la capacità di persistenza in questi ambienti“, commenta Chiara Bettega, ornitologa del MUSE e prima autrice dello studio insieme a Delgado.  

Queste specie vivono spesso in aree isolate di habitat idoneo, presentano adattamenti specifici a condizioni ambientali estreme e risultano quindi particolarmente vulnerabili ai cambiamenti ambientali, a causa degli effetti combinati dell’isolamento geografico e dello scarso scambio genetico tra individui. Di conseguenza, le aree dominate da specie adattate al freddo e funzionalmente uniche possono essere particolarmente soggette a perturbazioni a livello di comunità, qualora tali specie scompaiano localmente, o nel peggiore dei casi, a scala globale. 

Questo rischio è ulteriormente aggravato dalla scarsità di dati, poiché gli sforzi di monitoraggio di queste popolazioni tendono a diminuire drasticamente con l’aumentare della quota e dell’isolamento geografico.  

Le specie funzionalmente uniche hanno un ruolo insostituibile nelle reti ecologiche. Prevediamo quindi che le regioni fredde delle montagne olartiche possano essere particolarmente suscettibili a perdite di specie a cascata indotte dal cambiamento climatico, con conseguenze importanti sull’intera comunità di organismi. Le strategie di conservazione dovrebbero quindi concentrarsi sul mantenimento e sul recupero delle specie specialiste che svolgono ruoli ecologici unici e sulla preservazione dei rifugi climatici, cioè quelle aree in grado di offrire habitat idonei a queste specie anche in futuro, a prescindere dalle condizioni climatiche“, concludono Delgado e Bettega

Fringuello alpino (Montifringilla nivalis) – Foto di Chiara Bettega

Fonte Ufficio stampa dal MUSE Museo delle Scienze >>> www.muse.it 

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