Riceviamo oggi e pubblichiamo con grande interesse.
L’Europa ama parlare di economia circolare. Di responsabilità. Di un ruolo di leadership globale. Eppure, esiste un ambito in cui questa narrazione si dissolve rapidamente: quello dei rifiuti elettronici.

L’e-waste non è solo un problema di riciclo. È un problema di consumo, di governance e di responsabilità che l’Europa tende a esternalizzare in modo silenzioso, ma efficace. Non nelle statistiche, non nei discorsi politici, ma nei container diretti verso Paesi che non hanno tratto vantaggio dalla produzione e dal consumo di questi dispositivi e che spesso non dispongono degli strumenti per gestirne in sicurezza le conseguenze.
I numeri sono noti, ma le loro implicazioni vengono spesso ignorate. Secondo l’ultimo Global E-waste Monitor delle Nazioni Unite, nel 2022 nel mondo sono state generate 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Si tratta del flusso di rifiuti in più rapida crescita a livello mondiale, che cresce tre volte più velocemente dei rifiuti domestici. E mentre i volumi continuano ad aumentare, solo il 42,8% dell’e-waste europeo viene ufficialmente documentato, raccolto e riciclato (E-Waste Monitor, 2025).
Nel 2025, nell’UE sono state vendute 14,4 milioni di tonnellate di apparecchiature elettroniche, con un aumento dell’89% rispetto al 2012, pari a un consumo pro capite compreso tra 33 e 45 kg in Paesi come Germania, Francia, Austria e Italia. Tuttavia, solo 5,2 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici sono state raccolte e avviate ai sistemi ufficiali di riciclo (European Environmental Bureau, 2025). Il resto scompare in circuiti informali, discariche o catene di esportazione che non risolvono il problema, ma lo spostano semplicemente altrove.
Non si tratta di un errore tecnico, ma della conseguenza di scelte politiche e sociali che incentivano una crescita dei consumi incontrollata e senza una strategia chiara di come gestirne l’impatto e le conseguenze.

I punti ciechi dell’auto-narrazione europea
L’Europa genera più rifiuti elettronici pro capite di qualsiasi altra regione del mondo (E-Waste Monitor, 2025). Eppure, persiste la convinzione che il problema sia “sotto controllo” finché i cittadini smaltiscono i dispositivi nei punti di raccolta corretti o usufruiscono di iniziative come i bonus per la riparazione. Il gesto simbolico dello smaltimento corretto diventa così una forma di sollievo morale sia per i consumatori che per i responsabili delle scelte politiche.
Ma è proprio qui che emerge il nodo centrale: una parte significativa di ciò che l’Europa classifica come “trattato” non viene processata all’interno dei suoi confini geografici. Viene esportata e spesso dichiarata come “bene usato” (Right to Repair, 2020). In pratica, il confine tra riuso e rifiuto è labile e presenta una zona grigia che non è un’anomalia, ma un effetto sistemico. Consente che i rischi si spostino dove le normative sono più deboli e i costi di opposizione sono minori.
L’Europa separa i rifiuti, e separa anche la responsabilità.
L’Africa occidentale non è un’eccezione, ma uno specchio del modello europeo
Quando nei siti non ufficiali e nelle discariche in Ghana i cavi vengono bruciati per recuperare il rame (Environmental Health News, 2024), il dibattito europeo tende spesso a descrivere la situazione come un problema locale legato a infrastrutture inadeguate, regolamentazione debole e lavoro precario. Una narrazione comoda, perché inverte causa ed effetto.
Luoghi come l’ex sito di Agbogbloshie non dimostrano che “l’Africa non sa riciclare”, ma portano alla luce cosa accade quando la sovrapproduzione europea, i cicli di vita sempre più brevi dei prodotti e le zone grigie regolamentari tollerate nei controlli sulle esportazioni si scontrano con le disuguaglianze globali (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute, n.d.). Secondo il Center for International Environmental Law, le lacune regolamentari consentono all’UE e agli Stati Uniti, che insieme generano quasi il 50% dell’e-waste globale, di esportare facilmente rifiuti dichiarandoli come beni di seconda mano, con la presunta possibilità di riparazione.
Le strutture di riciclo non ufficiali non sono debolezze del sistema: sono una risposta economica a un flusso globale di materiali di cui l’Europa cattura il valore, mentre i costi ambientali e sanitari vengono sostenuti altrove. Molti Paesi africani hanno compiuto progressi significativi negli ultimi anni, sviluppando soluzioni innovative ed efficienti, non per comodità, ma per necessità, in quanto l’economia occidentale del consumo non ha lasciato loro alternative. Le iniziativa di cooperazione internazionale, come quelle promosse dalla GIZ (German Agency for International Cooperation, n.d.), così come il lavoro di ONG e imprese a impatto sociale che supportano questa transizione, sono senza dubbio preziose. Tuttavia, finché non si interviene sulle cause strutturali, il problema resterà irrisolto.
Una visione riduttiva: non si tratta solo di smartphone
Il dibattito pubblico tende ancora a ridurre l’e-waste a telefoni e laptop. In realtà, la quota maggiore proviene da un flusso molto meno visibile: elettrodomestici, giocattoli, utensili, caricabatterie, cavi, piccoli dispositivi smart. In breve, il rumore elettronico di fondo della vita quotidiana (E-Waste Monitor, 2025).
Molti di questi prodotti non sono progettati per durare. Sono difficili da riparare, incollati invece che avvitati, con pezzi di ricambio assenti o proibitivamente costosi (Right to Repair, 2025). Il risultato è una cultura della sostituzione rapida e un sistema di riciclo che non ha mai tenuto il passo con la realtà del design dei prodotti.
Il riciclo come alibi morale
L’UE dispone di una chiara gerarchia dei rifiuti: prevenzione, riduzione, riuso, riparazione (BMUV, 2017), e solo una volta esaurito il potenziale di valore più elevato di un prodotto entra in gioco il riciclo. Nella pratica, però, l’e-waste viene trattato quasi esclusivamente come un problema di fine vita e di tassi di raccolta. Il cassonetto diventa il simbolo della soluzione: una volta svuotato, il problema è considerato risolto.
Ma questa è solo un’illusione. Una politica che aumenta gli obiettivi di riciclo senza intervenire su produzione e design dei prodotti produce buona comunicazione, a fronte di un flusso di materiali invariato. Consente all’Europa di presentarsi come sostenibile, mentre le parti più scomode della catena del valore restano fuori campo. Ciò che serve sono soluzioni economicamente sostenibili, sia per l’UE sia per il Sud del mondo.
La prosperità europea ha un prezzo materiale
L’e-waste mette in luce una tensione più profonda all’interno del progetto europeo di sostenibilità. Un sistema economico basato su cicli di prodotto sempre più brevi non può essere corretto solo alla fine della catena. E un continente che promuove standard globali perde credibilità quando esporta le conseguenze del proprio consumo.
Finché prevenzione, durabilità e riduzione dei consumi resteranno politicamente scomode, il riciclo continuerà a fungere da scusa morale: l’Europa potrà preservare la propria immagine, mentre le conseguenze materiali si manifesteranno altrove.
Non si tratta di un problema tecnologico. È un fallimento di coerenza e responsabilità. Occorrono regole più chiare per aziende, produttori ed esportazioni, ma anche un cambio di prospettiva da parte dei consumatori. Solo ripensando e riducendo i consumi, prolungando la vita dei prodotti, favorendo riparazione, riutilizzo e ricondizionamento – e infine riciclando correttamente, l’Europa potrà parlare con credibilità di progresso nell’economia circolare.
Vienna, 16.02.2026
Kilian Kaminski
Fonte refurbed – Green Media Lab Srl SB – 16 febbraio 2026 |


