L’acqua è vita: dalla scienza scaturisce acqua pura – Alessandra Irene Rancati

L’acqua è la condizione essenziale della vita, e da sempre le più diverse culture l’hanno presa a simbolo di vita, rinascita e guarigione. Dal Nilo agli altorilievi della mitica città perduta di Great Zimbabwe, alle terme romane, dagli acquedotti di Pompei a quelli scavati nelle rocce di Petra, in Giordania, l’acqua è stata associata a poteri curativi e purificatori, oltre che essere la primaria esigenza della vita quotidiana e dell’agricoltura.

Nel Rinascimento, Der Jungbrunnen, la fonte della giovinezza, viene ritratta nel 1546, dal pittore tedesco Lucas Cranach il Vecchio, uno dei principali esponenti della scuola danubiana, pittore di corte in Sassonia e amico di Martin Lutero.

Da elemento purificatore nei rituali religiosi, l’acqua pura oggi ha assunto un rilievo nel campo del benessere umano e della qualità della vita.

Ma attenzione: l’acqua è in pericolo, soprattutto da quando il dibattito pubblico ha portato alla ribalta una delle minacce più insidiose e meno visibili: i PFAS, (sostanze per- e polifluoroalchiliche),

Si tratta di una vasta famiglia di composti chimici sintetici utilizzati per decenni in applicazioni industriali e di consumo (rivestimenti antiaderenti, tessuti impermeabili, schiume antincendio) noti per la loro estrema persistenza nell’ambiente, per la difficoltà ad essere intercettati dai sistemi tradizionali di trattamento delle acque e per i potenziali impatti sulla salute umana.

Studi epidemiologici internazionali hanno evidenziato correlazioni significative tra l’esposizione ai PFAS e l’aumento di alcuni tumori, disturbi endocrini, alterazioni del sistema immunitario e complicazioni in gravidanza. In aree particolarmente esposte, la ricerca ha rilevato incrementi nei tassi di nascite pretermine, basso peso alla nascita e mortalità infantile (fonte: https://www.hbm4eu.eu/wp-content/uploads/2022/05/Policy-Brief-PFAS.pdf).

La disponibilità di acqua potabile priva di PFAS rappresenta, dunque, uno dei problemi più urgenti a livello mondiale.

I PFAS sono spesso definiti “forever chemicals” e contaminano falde, acque superficiali e, in molti casi, l’acqua potabile. I sistemi di depurazione convenzionali sono largamente inefficaci contro di essi. Attualmente, la rimozione dei PFAS richiede tecnologie avanzate.

«È come se i PFAS rompessero un patto antico», osserva Fabio Hüther, ingegnere con un dottorato di ricerca in Risorse naturali e agricoltura e responsabile della ricerca di Evodrop AG, società elvetica attiva nella progettazione di sistemi per il filtraggio dell’acqua, oggi presente anche in Italia. «Per millenni l’uomo ha attribuito all’acqua una funzione terapeutica, quasi taumaturgica, prima ancora che di semplice nutrimento. Oggi, invece, l’acqua che beviamo può diventare un veicolo silenzioso di esposizione cronica. E lo fa senza odore, senza colore, senza segnali immediatamente percepibili».

Non sorprende, dunque, che l’attenzione delle principali autorità sanitarie sia elevata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce l’acqua potabile come una delle principali vie di esposizione umana ai PFAS (fonte: who.int) mentre l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha fissato una dose settimanale tollerabile estremamente bassa — 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo — per alcune delle molecole più diffuse. Ma è davvero sufficiente, questo parametro, a tutelare la nostra salute nel lungo periodo?

«È un errore pensare che il semplice rispetto dei limiti normativi equivalga automaticamente a sicurezza», sottolinea Hüther. «Parliamo di sostanze bioaccumulative: l’esposizione avviene nel tempo, per somma di piccole dosi quotidiane. Ed è proprio questo che preoccupa la comunità scientifica».

E in Italia? Anche qui i PFAS risultano largamente diffusi nelle acque potabili, come dimostrato da diverse ricerche indipendenti. Tra queste, il report di Greenpeace Acque senza veleni ha rilevato la presenza di PFAS nel 79% dei campioni analizzati, provenienti da 235 comuni italiani (fonte: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2025/01/4bbb41f2-report_def_a_s_v_2025-1.pdf)

«Dal punto di vista tecnico», chiarisce Hüther, «oggi sappiamo cosa funziona. I PFAS si possono intercettare e rimuovere, secondo i dati di Evodrop. La vera sfida non è più scientifica, ma culturale: decidere che la qualità dell’acqua è una priorità non negoziabile».

È un passaggio cruciale, perché significa spostare l’approccio dal linguaggio dell’emergenza a quello della responsabilità, dalla paura all’azione. «Non possiamo più permetterci di considerare l’acqua pulita come un privilegio», conclude. «L’accesso a un’acqua sicura per gli usi domestici e legati alla salute è tecnicamente ed economicamente possibile e, sempre più, socialmente doveroso». Il messaggio di Evodrop è, in definitiva, scientifico, chiaro e positivo: la contaminazione da PFAS non è una condanna irreversibile ed è ormai indispensabile agli impianti industriali, come alle comunità, al settore dell’accoglienza turistica e agli utenti privati. Con consapevolezza, innovazione e scelte informate, è possibile restituire all’acqua il ruolo che la storia le ha sempre attribuito — fonte di vita, salute e fiducia collettiva


Alessandra Irene Rancati

Fondatore Speech for Leaders 

www.speechleaders.it


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