24 gennaio: la Giornata internazionale dell’educazione e il “diritto ad apprendere” che ci riguarda tutti

Nel calendario civile ci sono date che rischiano di diventare rituali. La Giornata internazionale dell’educazione, il 24 gennaio, dovrebbe fare l’opposto: interrompere l’automatismo, costringerci a guardare i numeri e a farci una domanda scomoda ma necessaria: quanto è reale, oggi, in Italia, il diritto ad apprendere lungo tutto l’arco della vita?

Che cos’è la Giornata internazionale dell’educazione (e perché nasce)

La ricorrenza è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 73/25 (adottata il 3 dicembre 2018), che proclama il 24 gennaio “International Day of Education” e invita Stati e organizzazioni a celebrarla per rafforzare l’impegno verso l’istruzione.

Il senso è esplicito: l’educazione non è un “settore” fra gli altri, ma una leva decisiva per pace e sviluppo, un diritto umano e una responsabilità pubblica. UNESCO, che ne coordina la celebrazione, collega la giornata all’orizzonte dell’Agenda 2030 e in particolare all’Obiettivo di sviluppo sostenibile 4 (SDG 4): istruzione inclusiva, equa e di qualità e opportunità di apprendimento per tutti.

Detto in modo semplice: questa giornata nasce per ricordarci che senza educazione, di base e permanente, le società diventano più fragili: più disuguaglianza, meno mobilità sociale, più vulnerabilità (anche digitale), meno partecipazione democratica.

I dati: laureati, diplomati, divari territoriali. E un obiettivo europeo che ci sfida

Come spunto, i dati richiamati da Openpolis (nell’ambito del lavoro con i bambini) sono uno schiaffo gentile ma fermo: nel 2024 l’Italia è penultima in UE per quota di 25-34enni con titolo terziario (circa 32%; 31,6% nella serie Eurostat citata)davanti solo alla Romania.

Il punto però non è tanto stilare una classifica ma tenere presente che l’Unione europea ha fissato un traguardo politico: arrivare al 45% di laureati (25-34 anni) entro il 2030. E oggi, secondo il quadro usato anche dalla Commissione, la media UE è 44,1% mentre noi restiamo molto distanti.

Dentro quel 31,6% c’è un dettaglio che non vogliamo proprio ignorare: le donne risultano più spesso laureate degli uomini (38,5% vs 25%). È un segnale di forza ma anche una domanda aperta sulle transizioni: come mai un vantaggio educativo così netto non si traduce sempre in pari opportunità di carriera e reddito?

E poi ci sono i “diplomati”, cioè la soglia minima che rende davvero praticabile la cittadinanza contemporanea. Eurostat ricorda che, in media UE, nel 2024 l’84,3% dei 20-24enni ha almeno un titolo di scuola secondaria superiore: è un indicatore “di base”, perché senza quella soglia si restringono lavoro, formazione, partecipazione. In Italia, intanto, un indicatore complementare dice che stiamo migliorando ma non possiamo distrarci: nel 2024 la quota di early leavers (18-24 anni che hanno al massimo la secondaria inferiore e non sono in formazione) è scesa a 9,8%. Buona notizia, ma ancora sopra il target UE del 9% al 2030.

Se vogliamo parlare seriamente di competenze digitali, IA, transizioni verdi, dobbiamo tenere i piedi su fondamenta solide: alfabetizzazione, numeracy, capacità di comprendere testi e dati. Senza, l’apprendimento permanente diventa uno slogan, non un diritto.

NEET: quando il problema non è solo “studiare”, ma restare agganciati

C’è poi la zona più delicata: quella di chi resta fuori da lavoro e formazione. Eurostat ricorda che l’UE punta a portare i NEET 15-29 anni sotto il 9% entro il 2030, ma nel 2024 la media UE è 11,0% e tra i Paesi con valori più alti compaiono anche Italia.

Per l’Italia, il dato più recente disponibile in questa serie viene riportato a 15,2% (15-29 anni, 2024). È qui che la Giornata dell’educazione smette di essere celebrazione e diventa responsabilità: orientamento, seconde opportunità, servizi territoriali, e soprattutto percorsi che tengano insieme apprendimento e vita reale (cura, lavoro povero, fragilità, migrazioni, salute mentale). È terreno pieno titolo dell’educazione degli adulti.


“Fuga dei cervelli”: non solo chi parte, ma cosa perdiamo nei territori

Sul tema della mobilità qualificata, i numeri ufficiali raccontano una dinamica complessa: non è “emigrazione cattiva” contro “restare buoni”. È piuttosto la domanda: il sistema Italia sa attrarre, trattenere, far crescere capitale umano?

Due fonti pubbliche aiutano a mettere a fuoco:

  • Un report ISTAT sulle migrazioni mostra che nel 2024 gli espatri di cittadini italiani sono arrivati a circa 156 mila (dato provvisorio) e nel biennio 2023-24 gli espatri complessivi di italiani sono 270 mila.
  • Nello stesso report emerge un punto chiave: nel quinquennio 2019-2023 il saldo dei giovani laureati italiani 25-34 anni è negativo (-58 mila), mentre l’ingresso di laureati stranieri contribuisce a compensare (saldo stranieri +68 mila), con un saldo totale +10 mila. È un modo potente per dire che il Paese regge anche grazie a chi arriva—ma perde tanti dei propri giovani qualificati.

La Commissione, nell’Education and Training Monitor dedicato all’Italia, aggiunge un’altra lente: tra 2014 e 2023 oltre un milione di italiani si è trasferito all’estero, inclusi 367 mila 25-34enni; fra questi, quasi 146 mila (39,7%) avevano un titolo terziario. E i rientri non compensano: nel saldo si parla di una perdita netta di 97 mila giovani altamente qualificati.

La “fuga”, quindi, non è solo un flusso: è un indicatore di opportunità percepite, qualità del lavoro, servizi, ricerca, welfare, costo della vita—e, ancora una volta, di divari territoriali.

Il Cantiere GNAP (Gruppo Nazionale per l’Apprendimento permanente) del 23 gennaio: dall’analisi all’azione

Ecco perché il calendario di questi giorni è interessante: il 23 gennaio 2026 (14.30–16.30, online) la comunità dell’apprendimento permanente si ritrova per un nuovo cantiere del percorso “Verso gli Stati Generali dell’Apprendimento Permanente”, promosso da GNAP insieme a reti come EdaForum, Forum Nazionale Terzo Settore, RIDAP, RUIAP (con collaborazione di FORMA.Azione). L’obiettivo dichiarato è “costruire insieme il Manifesto per un effettivo diritto ad apprendere” e lavorare in gruppi su accesso, politiche territoriali, servizi e infrastrutture dell’apprendimento.

Mettere in parallelo 24 gennaio e 23 gennaio non è una scelta politica e culturale. La giornata ONU ci dice perché l’educazione è centrale; il cantiere GNAP prova a dire come renderla esigibile, nei territori e nei servizi, soprattutto per chi oggi resta fuori.

E Erasmus+? Mobilità come fattore educativo, non come privilegio

In questa stessa prospettiva, vale la pena allargare lo sguardo alla partecipazione ai programmi europei. Erasmus+ non è solo “andare fuori”: è costruire competenze, lingue, autonomia, reti professionali, cittadinanza europea. E può diventare uno strumento concreto contro le disuguaglianze se resta accessibile, accompagnato, inclusivo.

Un dato semplice rende l’idea della scala: quasi 150 mila persone hanno viaggiato in Italia per Erasmus+ nel 2024. Non è marginale: è un flusso educativo che attraversa scuole, università, formazione professionale, educazione degli adulti e organizzazioni.

Per una piattaforma come EPALE, la domanda è: come facciamo in modo che questa energia (scambi, partnership, buone pratiche) si traduca in apprendimento permanente per tutti, e non solo per chi “sa già” orientarsi tra bandi, lingue, reti?

Se i dati ci dicono che siamo lontani dagli obiettivi su laureati e che i NEET restano alti, e se le migrazioni qualificate ci segnalano un problema strutturale di opportunità, allora la risposta non può essere una sola riforma o un solo finanziamento.

Serve un patto di apprendimento permanente: fondamentali solidi (competenze di base, alfabetizzazione e numeracy),passerelle tra istruzione, formazione, lavoro e vita, servizi territoriali che accompagnino davvero, mobilità europea inclusiva come moltiplicatore, e una governance che tenga insieme scuola, università, CPIA, terzo settore, imprese, enti locali.

Articolo di Daniela Ermini >>> 24 gennaio: la Giornata internazionale dell’educazione e il “diritto ad apprendere” che ci riguarda tutti – Indire

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