Oggi la blogger Giulia Quaranta Provenzano ha intervistato il biologo e giornalista Marco Ferrari, il quale è stato ricercatore di psicofarmacologia ed è poi passato alla divulgazione giornalistica e scientifica. Ferrari ha infatti svolto attività di redazione e direzione presso riviste naturalistiche e scientifiche (Oasis, Terra, Focus Junior, Geo, Asferico) ed è stato caposervizio scienza di Focus. Marco è altresì articolista per quotidiani, settimanali e mensili, cura enciclopedie e documentari, traduce e scrive libri.

Buongiorno Marco! Lei ha scritto il libro “Le piante non sono animali verdi – L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti” nel quale afferma che non c’è bisogno di una coscienza per sentire, tant’è che – secondo i botanici – le piante hanno 20-21-22 sensi. Le piante cioè hanno – La cito – una sensibilità estrema verso moltissime variabili ambientali, sia verso quelle atmosferiche sia verso quelle presenti nel suolo, ma non hanno (a differenza di molti animali che noi conosciamo) un sistema di elaborazione dati particolarmente complesso ossia quello che l’essere umano chiama cervello e da ciò discende il fatto che non hanno coscienza. Ebbene, a Suo avviso, da che cosa e da dove e da chi si origina e deriva la fascinazione secondo cui le piante comunicano tra loro e si prendono cura dei propri figli (e perché, a Suo dire, quest’ultime sbagliate convinzione attraggono tanto irresistibilmente i “profani” in materia)? “Buongiorno Giulia! L’origine della suddetta fascinazione è antichissima ed è estremamente diffusa (ed era diffusissima anche in passato); credere che le piante siano esseri coscienti e dotati di capacità non dissimili da quelle degli animali è ancora un tratto di moltissime culture non occidentali odierne – e, se una caratteristica culturale è presente praticamente su tutta la Terra, significa che la sua nascita è appunto estremamente antica. La scienza, tuttavia, è sempre alla ricerca di dati concreti e di conferme sperimentali. Alla fine del XX° secolo/inizio del XXI° secolo vi sono stati lavori scientifici, usciti pure su riviste di valore, che hanno ipotizzato nelle piante comportamenti simili a quelli degli animali. Da qui la costruzione di teorie articolate che ascrivono alle piante proprietà come l’intelligenza (intesa in modo forse un po’ ampio), la comunicazione, la senzienza, la coscienza e altro. Il mio libro “Le piante non sono animali verdi – L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti” cerca di bilanciare tali ipotesi con la cautela propria della ricerca scientifica. Nelle sue pagine mi chiedo quanto siano robuste e accertate codeste summenzionate ipotesi …e la mia risposta è che idee del genere necessitano a tutt’oggi di conferme sperimentali molto più ampie e sicure rispetto a quelle presentate, tant’è che una percentuale elevata del mondo botanico le vaglia con cauta attenzione (quando non con scetticismo). Bisogna ossia andarci piano con l’ascrivere intelligenza e soprattutto coscienza alle piante. Quanto alla cura della prole, anch’essa è stata ricalcata su comportamenti animali in base a deboli esperimenti condotti in Canada”.
Lei, Marco, sostiene che si debba dare ai vegetali soprattutto e prima di tutto l’importanza che hanno come forme di vita dominanti all’interno degli ecosistemi terrestri poiché sono molto più fondamentali per l’esistenza di quanto non siano gli animali. Poi aggiunge inoltre che bisogna dare loro importanza in quanto specie e appunto forme di vita totalmente aliene, diverse, che hanno avuto un percorso evolutivo che li ha portati ad essere differenti rispetto proprio agli animali. Ci spiega ciò un po’ più nel dettaglio? “Sì. Quello che i proponenti dell’intelligenza vegetale e i botanici più tradizionali hanno in comune è vedere le piante come organismi molto particolari, completamente diversi dagli animali: esse difatti hanno avuto un percorso evolutivo e quindi fisiologico, metabolico e soprattutto anatomico del tutto diverso dai secondi. Attribuire alle piante proprietà che conosciamo abbastanza bene per gli animali a noi più noti, dall’intelligenza alla volizione ed altresì alla capacità di scelta, significa togliere loro proprio la detta abissale differenza rispetto al regno animale. Se cioè gli studi e gli esperimenti seguono il siffatto ultimo approccio, si perdono numerose proprietà tipiche soltanto dei vegetali perché – come sottolinea il titolo del mio libro – sta a significare considerarli unicamente come animali verdi”.
Sempre Lei, Marco, ha affermato che attribuire ad alberi e funghi comportamenti antropomorfi non è solo un errore scientifico bensì filosofico perché vuol dire assimilarli a degli animali dotati in parte di intelligenza e forse in parte di coscienza ma comunque nient’altro che a degli animali diminuiti …mentre invece dovremmo – La cito di nuovo – vedere piante e funghi come qualcosa di totalmente alieno, studiarli e proteggerli per le loro qualità che sono diverse da quelle degli animali. Mi sorge dunque spontanea una curiosità ovvero per ciò che Le concerne si sente coincidente e fedele alla Sua identità più “scevra” di sovrastrutture (geografiche, temporali, famigliari) derivanti e dipendenti dall’esterno a sé oppure no e come mai? E com’era da bambino e – se si immaginava – come appunto si immaginava da adulto? “Non credo che esista per alcun essere umano la possibilità di formarsi senza venire in qualche modo influenzato da sovrastrutture sociali, familiari e altro. Saremmo dei ragazzi selvaggi, degli infanti nel senso di senza capacità di parlare e comunicare …come il bambino selvaggio dell’Aveyron. Sono ossia dell’avviso che ognuno di noi si crei la propria identità e una personale visione del mondo, ma ciò non certo in modo autonomo e svincolato da chi e da cosa si ha intorno mentre si cresce. Io sono cresciuto in un paese della provincia lombarda, in una famiglia normalissima composta da padre, madre, quattro sorelle e nonne – nessun imprinting selvaggio e potentemente naturale, se volete saperlo. Da bambino mi immaginavo proprio come sono, vale a dire uno che studia la natura e cerca di passare il maggior tempo possibile tra alberi e insetti”.
L’11 febbraio di quest’anno (presso l’Oratorio di Via Vittorio Veneto n. 7, a San Donato Milanese), ha presentato il Suo saggio “Le piante non sono animali verdi – L’intelligenza vegetale alla prova dei fatti”, in occasione anche dell’introduzione alla campagna “Grandi Alberi” a cura Riccardo Mancioli e Giorgio Bianchini. Altro incontro di presentazione del Suo scritto è stato quello che si è tenuto all’Orto Botanico di Pisa, il 6 marzo a.c.. Ordunque Le chiedo qual è oggi il rischio numero uno qualora vengano a mancare simili occasioni di dialogo e confronto e qual è attualmente la sfida maggiore per chi vuole informare e fare divulgazione scientifica, al di là di interessi politici e di altra natura. Detto in altre parole, quale ritiene che debba essere il ruolo e la funzione dell’informazione che sia tale nella società e in questa nostra odierna realtà (e perché)? “Io posso parlare soltanto della comunicazione scientifica perché è di questa che ho qualche contezza e premetto che il sale della scienza risiede nel continuo confronto tra idee, ipotesi e teorie che si “combattono” per costruire un migliore modello del mondo …e il difetto principale della comunicazione mainstream, invano contrastato da coloro che fanno della comunicazione scientifica il proprio lavoro, è la presentazione di una sola parte del dibattito poiché ciò è più comodo, è più facile e fa maggiormente spettacolo. Gli spettatori difatti preferiscono, a riguardo di alcuni temi, una posizione decisa ed univoca; anche i responsabili dei programmi ribadiscono <L’ha detto la scienza>>, affermazione – la tale – che non ha senso in codesto periodo storico (ammesso che mai l’abbia avuto!). Paradossalmente, appunto i dibattiti si svolgono su argomenti a proposito dei quali la scienza ha assunto posizioni ormai quasi definitive come le cause del cambiamento climatico o alcune questioni mediche (una volta addirittura ci fu una ridicola discussione pubblica sull’evoluzione biologica). Il compito della comunicazione è di presentare il mondo e il funzionamento della scienza nella maniera più obiettiva possibile, così da informare il pubblico non solamente dei risultati bensì pure delle ricadute della ricerca e del percorso che gli scienziati fanno per arrivare ad essi. Spesso i risultati sono fondamentali non soltanto per sé ma altresì e soprattutto per le loro conseguenze sull’andamento della società e sulla democrazia, basti pensare a quello che sta accadendo nel mondo dell’AI… le decisioni tecnico-scientifiche dei padroni della tecnologia potrebbero sconvolgere l’assetto democratico di intere nazioni ed economie ed è compito dei comunicatori/giornalisti tenere informati delle speranze e dei pericoli appunto di tali tecnologie”.
Lei è del parere che esista e abbia senso parlare di Bellezza in senso universale (nonostante ossia la sensibilità e il gusto soggettivi, magari più o meno influenzati dalla cultura e da preferenze personali)? “Premetto che la mia preparazione è in biologia, in particolare in biologia evolutiva e comportamento animale e dunque vedo molto di ciò che accade con queste lenti. Non sono convinto che la bellezza sia una “qualità” universale… o meglio, lo è forse il concetto stesso, una specie di a-priori kantiano (o lorenziano, parlando di evoluzione del comportamento animale e umano) presente in molte specie animali e quindi anche nell’uomo. Da quel che sappiamo, gli animali utilizzano questo approccio per giudicare nell’altro lo stato di salute e le probabilità di una prole di successo. Non dico che pure negli esseri umani ciò accada e certo non accade quando si guarda un tramonto o un quadro. Il trovare “bello” qualcosa varia troppo da una persona all’altra per poter dire che esiste appunto una Bellezza universale, non condizionata da cultura e preferenza personali. Secondo l’evoluzionista Wilson, però, noi troviamo bello nonché appagante e pacificante un paesaggio, una foresta o una savana allorché ci ricorda il nostro ambiente ancestrale (di quando cioè la nostra mente ha cominciato a formarsi nelle pianure alberate africane)”.
Infine ci anticipa i Suoi prossimi progetti professionali? “Non vi è in vista alcunché di particolare; dacché ormai sono in pensione da anni, mi limito a scrivere qualche articolo per i media che me lo chiedono, tengo un paio di corsi in due master di comunicazione della scienza e tengo delle lezioni nelle scuole superiori in collaborazione con una grossa casa editrice scolastica. Collaboro inoltre con alcuni festival scientifici per moderazioni e presentazioni. Ho comunque in mente un paio di idee per dei libri, ma è necessario svilupparle e farle diventare organizzate ed interessanti. Tutto qua”.


