Quando si parla di integrazione delle persone rifugiate, le parole che ricorrono più spesso sono lavoro, casa, lingua, accesso ai servizi. Più raramente si parla di ciò che, concretamente, permette di raggiungere un posto di lavoro, frequentare un corso, costruire relazioni o semplicemente vivere in autonomia il territorio: la possibilità di spostarsi.
stradAbile – il progetto di Fondazione Unipolis ETS che promuove la sicurezza stradale e l’accesso equo alla mobilità per oltre 500 persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo in nove città italiane – nasce proprio da questa consapevolezza. Poter scegliere come e dove spostarsi significa infatti ampliare le proprie possibilità di autonomia, accesso alle opportunità e partecipazione alla vita del territorio.
Tra i partner del progetto c’è UNHCR – Agenzia ONU per i Rifugiati, che ci supporta lungo tutta la progettualità: dalle attività di formazione sulla sicurezza stradale dedicate a 300 persone con background migratorio, al percorso di stradAbile al volante che sta accompagnando 100 persone migranti, rifugiate o sotto protezione internazionale ad ottenere la patente, sino alla messa a punto della piattaforma digitale di stradAbile, uno strumento multilingue e interattivo pensato per aiutare le persone a orientarsi tra sicurezza stradale, regole e mobilità quotidiana in Italia che sarà lanciata a fine anno.
Con Andrea De Bonis, Responsabile di progetto per UNHCR, abbiamo approfondito un aspetto ancora poco presente nel dibattito sull’inclusione: cosa cambia nella vita di una persona rifugiata quando può muoversi in autonomia?
Cosa significa per una persona rifugiata non riuscire a spostarsi autonomamente?
“La mobilità e il diritto alla mobilità sono temi raramente dibattuti nello spazio pubblico, ma sono aspetti fondamentali per le persone rifugiate, per poter programmare adeguatamente la propria vita quando giungono in un nuovo Paese. Non potersi muovere adeguatamente significa avere limitazioni concrete nell’accesso ai servizi così come alle opportunità, incluse quelle lavorative”.
Maggiore mobilità significa maggiore integrazione? Cosa avete osservato, sul campo, di questo binomio?
“La capacità di riuscire a muoversi su un territorio ha un impatto diretto sui percorsi d’integrazione delle persone rifugiate. Pensiamo a quei richiedenti asilo ospitati in centri isolati, da dove a fatica riescono ad accedere ai servizi di base, o a quelli essenziali per il loro percorso d’inclusione, come i corsi di lingua italiana. Anche l’impiego può dipendere dalla capacità logistica di raggiungere o meno il luogo di lavoro. Esistono intere zone industriali non raggiungibili se non con mezzi propri. Per questa ragione, molte persone rifugiate – lo abbiamo visto con il nostro programma d’inclusione lavorativa Welcome – sono state costrette a rifiutare offerte lavorative allettanti. Tra le persone rifugiate il possesso di un mezzo proprio di trasporto è una circostanza abbastanza rara. Secondo i dati di una ricerca commissionata da UNHCR e finalizzata a investigare i livelli di povertà tra le persone rifugiate, su 1.241 intervistati solo il 5% possedeva una vettura“.
Quali sono le barriere che rendono difficile l’accesso alla mobilità autonoma per una persona rifugiata?
“Gli ostacoli sono molteplici. Non sempre la necessità di connettere i luoghi di accoglienza con la rete di trasporto pubblico è tenuta in adeguata considerazione. Ci sono poi ostacoli di tipo economico. La popolazione rifugiata in Italia ha tassi di povertà assoluta e relativa significativamente più alti degli stranieri immigrati e della popolazione autoctona. È chiaro che in questo contesto l’acquisto di un mezzo di trasporto non sempre è considerato prioritario. Infine, ci sono ostacoli burocratici, come le difficoltà nella conversione della patente, o il fatto che l’esame di teoria per ottenerla possa essere sostenuto solo in italiano, tedesco o francese. Prevedere altre lingue aiuterebbe certamente tante persone rifugiate a ottenere la patente”.
Cosa vi ha convinto che stradAbile fosse un progetto a cui valeva la pena collaborare?
“Supportare 100 persone migranti, rifugiate o sotto protezione internazionale nell’ottenimento della patente è già un grande obiettivo che vale la pena supportare, ma il progetto ha anche un altro intento indiretto: cercare di aprire un dibattito sull’importanza di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione“.
Uno degli obiettivi del progetto è aumentare l’impiegabilità dei beneficiari, anche attraverso la patente C, per chi vuole lavorare nel settore dei trasporti. Avete già conosciuto persone a cui la mobilità ha aperto una porta nel mondo del lavoro?
“Oggi avere una patente, soprattutto C o D, rappresenta un asset enorme nel mercato del lavoro, tenuto conto della carenza ormai strutturale di autisti nel nostro Paese. La possibilità di iniziare un percorso formativo che dalla patente B porti poi ad acquisire una delle due patenti fondamentali per il trasporto di merci o persone è un’ottima idea, che può avere un grande impatto non solo sulle vite delle persone rifugiate, ma anche sul tessuto produttivo del territorio in cui vivono“.
Cosa significa per le persone rifugiate avere a disposizione uno strumento come quello di una piattaforma digitale multilingue, che stiamo realizzando anche insieme ai diretti beneficiari?
“Siamo certi che il diritto alla mobilità passi anche da una corretta informazione, sia sulle procedure per l’ottenimento, o la conversione della patente, sia attraverso una comunicazione efficace sulla sicurezza stradale, sulle norme del Codice della strada e sui rischi che la mobilità in auto o con altri mezzi può comportare. Il processo di definizione della piattaforma attraverso un coinvolgimento diretto delle persone rifugiate ci sembra un esempio molto positivo di partecipazione ai percorsi e ai programmi che le coinvolgono come beneficiarie. È una modalità con cui l’integrazione non arriva solo dopo, ma si costruisce assieme a chi ha concretamente bisogno di una mobilità che tenga conto anche delle proprie condizioni e possibilità”.